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IL “SALARIO GIUSTO”: DAL DECRETO COESIONE AL DECRETO CONFUSIONE
03.05.2026 16:50
Quando la politica scopre l’acqua calda… e la chiama riforma epocale.
Settantotto anni dopo l’entrata in vigore della Costituzione, l’Italia si accorge che l’articolo 36 non era un aforisma motivazionale da poster motivazionale, ma una norma cogente. E così nasce il “salario giusto”, la creatura giuridico‑lessicale partorita dal Decreto Lavoro – 1° maggio 2026, che il Governo presenta come la rivoluzione del secolo. Peccato che, a leggerlo bene, sembri più un’operazione di rebranding del concetto di “minimo sindacale”.
1. COSA PREVEDE DAVVERO IL DECRETO
Il Decreto Lavoro (DL 30 aprile 2026, n. 63) introduce un pacchetto di misure che spazia dagli incentivi alle assunzioni fino alla regolazione delle piattaforme digitali. Ma il cuore politico‑mediatico è uno: l’accesso ai benefici pubblici è consentito solo alle aziende che applicano un trattamento economico non inferiore al TEC (Trattamento Economico Complessivo) previsto dai CCNL firmati dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative.
Tradotto:
- se applichi un CCNL “buono”, puoi accedere agli incentivi;
- se applichi un contratto pirata, resti fuori dal giro dei soldi pubblici.
Il decreto, però, non introduce un salario minimo legale, non stabilisce soglie orarie e non garantisce adeguamenti automatici per chi oggi è sottopagato. Chi ritiene di percepire una retribuzione insufficiente deve continuare a rivolgersi al giudice.
2. IL PARADOSSO DEI CONTRATTI “BUONI” CHE STANNO SOTTO I MINIMALI
Il decreto affida ai CCNL maggiormente rappresentativi la definizione del “salario giusto”. Ottimo, in teoria. In pratica, però, esistono casi in cui i contratti firmati proprio dalle sigle rappresentative prevedono minimi inferiori ai minimali contributivi INPS.
E allora la domanda sorge spontanea: se il contratto “giusto” paga meno del minimo contributivo, l’azienda che lo applica è virtuosa o no? Il decreto non lo chiarisce. E qui il “salario giusto” inizia a somigliare più a un “salario giusto-ish”, una creatura mitologica degna del mostro di Loch Ness.
3. IL NODO IRRISOLTO: LA RAPPRESENTANZA SINDACALE
Il decreto si appoggia ai CCNL “comparativamente più rappresentativi”, ma in Italia non esiste ancora una legge sulla rappresentanza. Risultato: i contratti pirata continueranno a esistere, semplicemente non potranno accedere agli incentivi. Il problema strutturale rimane intatto.
4. BONUS, INCENTIVI E L’ETERNA LOGICA DEL “TI PREMIO SE FAI IL TUO DOVERE”
Il decreto stanzia quasi un miliardo di euro tra il 2026 e il 2028 per incentivi alle assunzioni di:
- donne,
- giovani under 35,
- lavoratori nelle aree ZES,
- trasformazioni a tempo indeterminato.
Ma la vera novità è che questi bonus sono subordinati al rispetto del “salario giusto”. In altre parole: lo Stato premia le imprese che… rispettano la legge. Una rivoluzione concettuale degna del Cirque du Soleil.
5. DAL DECRETO COESIONE AL DECRETO CONFUSIONE
Il Governo parla di “patto epocale” tra lavoratori, imprese e corpi intermedi. Peccato che la convocazione ufficiale delle parti sociali sia stata avvistata meno dei mostri di Loch Ness. E mentre si discute di “giustizia salariale”, il Paese resta con 900 CCNL, 14 macrosettori, 96 sottosettori e una giurisprudenza che da anni tappa i buchi del legislatore con acrobazie interpretative.
CONCLUSIONE: ERA DAVVERO COSÌ DIFFICILE?
Il “salario giusto” è un’operazione politica intelligente, comunicativamente brillante, ma tecnicamente incompleta.
Non risolve il problema dei salari bassi, non introduce un minimo legale, non chiarisce i casi di contratti “giusti” ma insufficienti.
È un passo avanti? Sì.
È la rivoluzione promessa? No.
È un ottimo materiale per una Pillola PalmeriStudi? Assolutamente sì, tant’è che abbiamo pubblicato la pillola straordinaria nr.2.
Dr. Luciano PALMERI
(riproduzione©riservata)
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