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Pillola 198: Moriremo di diritti? Quando il catalogo delle pretese rischia di sostituire il catalogo delle responsabilità

23.10.2026 10:12

"Moriremo di diritti" 

queste parole colpiscono perché toccano un nervo scoperto della società contemporanea. Non si tratta di una critica ai diritti in quanto tali, che rappresentano una delle più grandi conquiste della civiltà moderna, bensì a un fenomeno molto diverso: la progressiva trasformazione del diritto da strumento di tutela a strumento di pretesa.

Negli ultimi decenni abbiamo assistito a una crescita continua delle richieste rivolte allo Stato, alle istituzioni, alle imprese e, più in generale, alla collettività. Ogni disagio sembra reclamare una tutela, ogni difficoltà una compensazione, ogni desiderio una forma di riconoscimento pubblico. Il risultato è una società nella quale si parla sempre più di ciò che ci è dovuto e sempre meno di ciò che dobbiamo agli altri.

Il punto centrale è proprio questo. Una comunità non può reggersi soltanto sui diritti. Ha bisogno anche di doveri, responsabilità, limiti e sacrifici condivisi. Quando questi elementi vengono espulsi dal dibattito pubblico, il sistema inizia lentamente a perdere equilibrio.

La contraddizione è evidente. Viviamo nell'epoca che proclama il maggior numero di diritti della storia e, contemporaneamente, registra livelli crescenti di conflittualità sociale, insoddisfazione e sfiducia reciproca. Questo accade perché il diritto, per sua natura, genera un corrispondente obbligo. Se qualcuno acquisisce una nuova pretesa, qualcun altro dovrà sostenerne il costo economico, organizzativo o sociale.

Nella vita quotidiana il fenomeno è ormai diffuso ovunque.

Nella scuola si reclama il diritto al successo formativo, ma si parla sempre meno del dovere dell'impegno.

Nel mondo del lavoro si rivendicano tutele sempre più estese, ma raramente si affronta il tema della produttività e della responsabilità individuale.

Nei rapporti sociali si pretende rispetto assoluto per le proprie sensibilità, salvo poi mostrare una tolleranza sempre minore verso quelle altrui.

Persino nel dibattito pubblico sembra essersi affermata una logica paradossale: ogni problema deve trovare una soluzione esterna, possibilmente finanziata da qualcun altro.

In questo contesto lo Stato diventa il distributore universale di risposte. Ogni emergenza produce un nuovo bonus, ogni difficoltà una nuova agevolazione, ogni categoria una nuova tutela speciale. È una dinamica che genera consenso immediato ma rischia di creare una dipendenza collettiva dalla protezione pubblica.

Il cittadino viene progressivamente educato a chiedere, raramente a costruire.

L'impresa viene vista come un soggetto da cui prelevare risorse.

Il contribuente diventa il bancomat silenzioso del sistema.

Ma il problema non è soltanto economico. È soprattutto culturale.

Una società che enfatizza esclusivamente i diritti rischia di produrre individui convinti che ogni aspettativa frustrata costituisca un'ingiustizia e che ogni limite rappresenti una violazione della propria libertà.

Eppure, la maturità di una comunità si misura anche dalla capacità di accettare che non tutto ciò che desideriamo possa trasformarsi automaticamente in un diritto esigibile.

La libertà autentica non consiste nell'avere tutto garantito. Consiste nell'essere in grado di assumersi la responsabilità delle proprie scelte, comprese quelle sbagliate.

Forse è proprio questo il messaggio più provocatorio. Non stiamo morendo a causa dei diritti. Stiamo rischiando di soffocare sotto il peso di una cultura che parla soltanto di diritti e dimentica sistematicamente i doveri.

Perché una società nella quale tutti presentano il conto e nessuno vuole pagarlo è destinata a rimanere insolvente. Non soltanto economicamente, ma anche moralmente.

E quando le responsabilità spariscono dal vocabolario collettivo, prima o poi qualcuno dovrà comunque sostenere il peso delle conseguenze.

Indovinate chi.

  Dr. Luciano PALMERI

(riproduzione©riservata)

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