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Trasparenza retributiva: quando l’Europa promette equità e consegna un nuovo faldone
03.06.2026 13:20
Dal 7 giugno 2026 entra ufficialmente in vigore il decreto legislativo n. 96, con cui l’Italia recepisce la direttiva UE 2023/970 sulla trasparenza retributiva. Un nome altisonante, un obiettivo nobile, una promessa solenne: eliminare il gender pay gap. E fin qui, tutti d’accordo.
Poi però arriva la parte in cui il legislatore – europeo prima, italiano poi – prende un’idea potenzialmente utile e la trasforma nel solito adempimento burocratico che non sposta nulla, non risolve nulla, ma complica tutto.
Cosa prevede davvero il decreto?
In teoria:
- offerte di lavoro con retribuzione indicata;
- diritto dei lavoratori di conoscere i livelli retributivi medi dei colleghi;
- criteri trasparenti per progressioni economiche;
- obblighi di comunicazione periodica per le aziende sopra i 100 dipendenti;
- valutazioni congiunte se emergono differenze non giustificate.
In pratica: un nuovo labirinto di tabelle, mediane, quartili, criteri “oggettivi e neutri”, comunicazioni annuali, risposte motivate e organismi di monitoraggio.
Il tutto per arrivare a un risultato che conosciamo già: il gender pay gap non si riduce con i fogli Excel.
Il paradosso della trasparenza che non fa vedere niente
Il lavoratore potrà chiedere informazioni sui livelli retributivi medi. Ma “medi”, “aggregati”, “anonimizzati”, “ripartiti per sesso”, “non riconducibili a singoli individui”.
Tradotto: saprai tutto senza sapere niente. Una trasparenza così trasparente che diventa opaca.
Gli imprenditori: i veri destinatari del decreto
Non i lavoratori. Non le lavoratrici. Non la parità salariale.
I veri protagonisti sono loro: gli imprenditori, che dovranno:
- raccogliere dati che già hanno,
- rielaborarli in formati che nessuno userà,
- comunicarli a enti che li archivieranno,
- rispondere a richieste che non cambieranno nulla,
- e giustificare differenze che spesso derivano da contratti collettivi già firmati dalle stesse parti sociali che ora chiedono spiegazioni.
Un capolavoro di autoreferenzialità normativa.
L’Europa detta, l’Italia complica
La direttiva europea nasce con buone intenzioni. L’Italia, come da tradizione, ci aggiunge:
- scadenze,
- procedure,
- consultazioni,
- organismi,
- decreti attuativi,
- e un sistema di adempimenti che sembra progettato per testare la resistenza psicologica delle PMI.
Il risultato è la solita alchimia legislativa: un problema reale affrontato con strumenti inutili.
Il vero effetto sul gender pay gap
Nessuno. Zero. Nulla.
Perché il divario salariale non si elimina con i moduli, ma con politiche occupazionali, welfare aziendale, formazione, conciliazione vita-lavoro, contrattazione seria e cultura organizzativa.
Tutto ciò che non compare nel decreto.
Conclusione
La trasparenza retributiva avrebbe potuto essere un passo avanti. È diventata l’ennesima marcia sul posto. Un adempimento che non migliora la vita dei lavoratori, ma peggiora quella degli imprenditori. Un monumento alla burocrazia che si autocelebra mentre il Paese reale arranca.
È un ottimo materiale per una Pillola PalmeriStudi? Assolutamente sì,
…allora domani alle 12.20 non perderti la pillola nr.124.
Dr. Luciano PALMERI
(riproduzione©riservata)
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